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29/01/2014 - Novara - La Posta
FONTANETO D’AGOGNA - Muore Don Carlo Masseroni - Eroico Missionario in Burundi, cugino del nostro Arcivescovo - La testimonianza di un Lettore che ne consegna la memoria a noi tutti
FONTANETO D’AGOGNA - Muore Don Carlo Masseroni - Eroico Missionario in Burundi, cugino del nostro Arcivescovo - La testimonianza di un Lettore che ne consegna la memoria a noi tutti
Don Carlo Masseroni

Gentile direttore,
allego un mio scritto personale sulla figura di Don Carlo Masseroni di Fontaneto D'Agogna, cugino del vescovo di Vercelli, scomparso il 28 gennaio 2014.
Don Carlo ha passato quaranta dei cinquant'anni di sacerdozio in Burundi come missionario, prima nelle varie succursali e poi nella capitale Bujumbura.

E' scampato a due guerre civili, più note come il genocidio del Rwanda, gettandosi nel fiume per passare il confine, è tornato al suo posto in missione.

Quando nel 2000 ha subito un attentato la sua paura più grande, mentre lo riportavano in Italia nel disperato tentativo di salvargli la vita, era di non potere tornare tra la sua gente in Africa. L'anno scorso dopo un fatto di sangue che ha devastato l'ospedale in cui lavorava e che ha obbligato tutti i medici italiani a rientrare in patria, lui è rimasto là a dare conforto ai malati, unico bianco del presidio.

In settembre, l'aggravarsi della malattia l'ha costretto al rientro, riuscendo però ancora a celebrare la messa di Natale. In mezzo a tanta miseria ripeteva: per fortuna c'è l'Inter a darmi qualche soddisfazione!

Se in linea con la vostra linea editoriale e se ha posto, spero possa inserire anche le mie righe di ricordo.
Grazie per l'attenzione.
Ambrogio Ercoli

***

Ci uniamo alle espressioni di cordoglio del Lettore, formulando a Mons. Enrico Masseroni le più vive condoglianze di VercelliOggi per questa grave perdita.

***

È morto mio padre. Il secondo o il terzo che questa mia vita mi ha concesso, l’unico che mi abbia visto in età adulta. Riguardo i suoi novant’anni di storia, vissuta, consumata tra la gente d’Africa, sempre a fare da punto di rifermento, sempre a predicare per gli ultimi, contro i soprusi, contro i potenti fino a meritarsi una pallottola sparata a bruciapelo in faccia dieci anni fa. “Loro hanno sparato, ma Dio deve aver deciso diversamente” ripeteva dopo l’intervento chirurgico che gli ha salvato la vita.

Le parole possono dare fastidio, mi diceva, e possono essere più taglienti di una lama di coltello; bisogna saperle usare con cautela, come strumento delicato, ma pericoloso. Bisogna usarle, le parole, ed esseri seri, rispettarle. Non si può dire una cosa e poi aspettarsi che gli altri la facciano mentre noi rimaniamo a guardare. No, bisogna metterle in pratica e sporcarsi le mani, con la gente, con la terra, andando tra i malati, tra le vedove del genocidio che ha sconquassato il centr’Africa negli anni novanta, tra gli orfani della guerra civile. E così faceva su e giù tra le mille colline del Burundi a raccogliere dolore e seminare speranza e poi, quando l’età non glielo ha più permesso, su e giù per le scale dell’ospedale di Bujumbura, la capitale, ancora a dare conforto agli ammalati. Una delle ultime volte che è rientrato in Italia mi ha detto: “Per il momento do una mano, finché il fisico ed il Signore me lo permetteranno poi, piuttosto che essere un peso, rientrerò in Italia definitivamente. Non voglio essere d’intralcio in ospedale che c’è già tanto da fare senza doversi curare anche di un povero vecchio come me.”

Guardava l’Europa dal basso, da sud, con occhi ironici, ma sempre attenti ai bisogni di tutti, anche se qui da noi la parola bisogno assume un altro significato. L’unica cosa su cui non si poteva scherzare era l’Inter che, come diceva lui, forse faceva parte delle sue colpe da espiare.

Mensilmente arrivavano le sue lettere, ciclostili della cronaca degli avvenimenti che l’avevano toccato, gli incontri, i ritorni o le partenze dalla sua parrocchia. Aggiungeva sempre a mano, su bigliettini, i saluti personalizzati scritti a mano e la raccomandazione alla Madonna per ognuno di noi. Ma al di là degli eventi, c’era un modo di pensare, di vedere le cose per noi alieno e talmente oltre il nostro modo di pensare da risultare quasi impossibile da credere. Eppure leggevo di donne che avevano perdonato il carnefice del marito arrivando a fare da madrina di comunione al figlio, o di donne dalla famiglia completamente distrutta che ringraziavano Dio, serene, perché la terra era fertile e potevano aiutare gli orfani degli amici scomparsi in guerra. Questa è l’Africa, ripeteva, con poca possibilità di tirarsi fuori dalla miseria da sola, ma con un cuore enorme. E di quell’Africa mi sono innamorato, purtroppo il caso non ha mai voluto che lo raggiungessi in Burundi.

A settembre il rientro in Italia, l’ultimo: fedele a sé stesso ed alle sue parole, la malattia ha accelerato, così prima di essere un peso se n’è andato. “Ho fatto il biglietto di andata e ritorno, se Dio lo vorrà tornerò, altrimenti lo userà qualcun altro”. Ironico fino alla fine, nemmeno la malattia ha scalfito il suo modo di vedere le cose, contento che aveva riacquistato qualche chilo, elogiava la nipote per la cucina e le premure, meglio di una suora… aggiungendo un sorriso complice di chi ha sempre avuto bisogno anche delle suore nonostante qualche attrito.

Lo ricorderò soprattutto per avermi sbattuto la porta in faccia: un giorno gli proposi di raccogliere tutte le sue lettere in modo da poterne fare uno spaccato di storia africana lunga quarant’anni, due guerre civili, un genocidio tra i più terribili che l’umanità abbia conosciuto. Mi sembrava giusto da un punto di vista culturale, storico, ma soprattutto umano. Mi ha risposto in una lettera che si chiudeva così: “Fregatene di me e della mia storia, hai tre figlie ed il loro futuro, tieni in mano la loro di vita. Un abbraccio, Don Carlo”.

Quanto mi mancherà quell’abbraccio!

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