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25 May 2019 | Vai alla Prima Pagina
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07/04/2019 - Lungosesia Ovest e Baraggia - Economia
OLDENICO, QUANDO LA BUROCRAZIA È UN MOSTRO CHE UMILIA PERSONE ONESTE - Agricoltori come Sisifo, rischiano ogni giorno di vedere distrutto il risultato del proprio lavoro
OLDENICO, QUANDO LA BUROCRAZIA È UN MOSTRO CHE UMILIA PERSONE ONESTE - Agricoltori come Sisifo, rischiano ogni giorno di vedere distrutto il risultato del proprio lavoro
Agricoltori, Amministraotori e Tecnici di fronte all'argine spezzato -


E’ il 29 ottobre 2018 quando ad Oldenico la forza delle acque della Sesia rompe il cosiddetto “argine vecchio”, che si snoda attiguo al corso d’acqua.

Per la verità, si dovrebbe meglio dire “rompe ancora di più”, oppure “rompe di nuovo” un manufatto che è già stato violato più volte nel corso degli anni e nessuno ha riparato.

Così l’acqua attraversa i campi ed arriva a quello che si chiama “argine nuovo”.

E’ stato innalzato qualche centinaio di metri più ad Ovest, a pochi metri dal Cimitero del paese, dalla Riseria, ed a poca distanza dall’abitato.

Qui sarebbe facile azionare i “volantini”, cioè i comandi meccanici che agiscono sulla saracinesca metallica, per abbassarla e, quindi, fare da barriera alla forza del fiume in libera uscita.

Sono lasciate di solito aperte, le saracinesche, perché – al contrario – quando l’acqua a una normale consistenza di scorrimento, può defluire nelle canalizzazioni.

Quando il livello si alza in modo preoccupante, si chiude tutto e l’argine risulta un grande muro senza più varchi.

Dovrebbe tenere anche di peggio.

Senonchè, per anni, nessuno si è curato di fare la manutenzione al sistema saracinesche – volantini e, così, quando è ora di abbassare la paratia, è tutto bloccato.

Tutto arrugginito.

Non si smuove niente.

E l’acqua arriva prima al Cimitero, poi alla Riseria, infine a lambire le prime case in periferia.

***

Si apre così il primo capitolo di questa storia incredibile.

Incredibile perché non si dovrebbe concepire nemmeno una situazione nella quale la gente sia lasciata nel pericolo solo perché qualcuno ha omesso di fare le manutenzioni.

Ma – al contrario – questo primo capitolo lo lasciamo per secondo, meglio: lo affidiamo alle nostre notizie già pubblicate, anche perché l’intera vicenda è ancora “fresca” ed è riepilogata con sufficiente chiarezza nel servizio che colleghiamo a questo, realizzato appunto nell’Autunno scorso.

Si trova in alto in questa pagina “altri articoli sull’argomento”.

***

Il secondo capitolo, invece, non si è mai chiuso e pare proprio che non si chiuderà mai.

Perché abbiamo visto che l’argine vecchio è semplicemente abbandonato a se stesso.

Le immagini di questo servizio, particolarmente efficaci nella seconda parte del filmato, sono eloquenti.

E, come dimostra anche la foto di apertura, fanno vedere un gruppo di persone, i nostri Ospiti, tranquillamente disposte in fila lungo una spiaggetta.

Invece di questa spiaggetta dovrebbe esserci un argine alto almeno tre metri.

***

Sicchè, appena il livello del fiume si dovesse alzare, l’acqua invaderebbe di nuovo questo lembo di terra tra i due argini.



Nell'immagine in alto il punto dove ci siamo trovati sabato per registrare questo serivzio - In quella in basso lo stesso punto il 30 ottobre 2018 -


E pare che a tutti vada bene così.

In realtà, non sta bene a nessuno, ma soprattutto a chi ne patisce i danni.

Danni che, però, pare non interessino niente a nessuno.

***

Ma andiamo con ordine.

Tra l’argine vecchio e quello nuovo, c’è dunque una superficie di terra, di terreno agrario coltivabile, quindi anche catastalmente così censito (con tutto quel che significa per i profili fiscali, successori e via discorrendo) che, in realtà, qualche bello spirito ha deciso debba diventare una sorta di vaso di espansione macro.

Come se fosse terreno golenale.

E, si sa, chi coltiva il terreno golenale lo fa a proprio rischio e pericolo.

La superficie di quel che è diventato un “vaso di espansione” di fatto, non è poca cosa: 60 ettari di terreno.

Su di essi vivono diverse famiglie.

Forse non è un caso se oggi, domenica 7 aprile, le Letture della Liturgia offrono il l’incomparabile messaggio di speranza che illustra il Salmo 125:

Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia.

Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni”.

***

Qui, siamo messi ancora peggio.

Perché si semina nell’ansia e – poi – è del tutto fortuito se si può, a fine stagione, tirare il fiato e portare a casa i biblici covoni.

O, meglio, i rimorchi con il risone appena mietuto.

Molto più adrenalinico che nel Salmo.

Perché, lungo tutta la stagione, ma soprattutto in Primavera, possono arrivare piogge insistenti che – da un momento all’altro – facciano innalzare il livello del fiume ed ecco che di nuovo, dalla spiaggetta che vediamo nel filmato, l’acqua arriva tranquillamente in quei 60 ettari di seminativo irriguo (se va bene) ridotti a terreno golenale.

Sicchè questo secondo capitolo, che parla di famiglie che patiscono l’incertezza grave sul futuro del loro lavoro, dei loro investimenti, non si chiude.

Non si chiude nemmeno dopo che i Sindaci di Albano ed Oldenico vanno – è gennaio 2019 – in Regione Piemonte a chiedere aiuto all’Assessore Francesco Balocco (competente per materia).

Bisogna, dicono e chiedono che i lavori per aggiustare in modo stabile l’argine vecchio (un po’ di grasso agli ingranaggi delle peratìe di quello nuovo qualcuno nel frattempo l’ha dato) siano fatto con urgenza.

Ci vogliono soldi.

Balocco è abbastanza munifico: incomincio a stanziare 150 mila euro.

Non bastano, ma sono qualcosa.

Poi i Funzionari dell’Assessorato fanno bene i conti e dicono: per fare un lavoro ben fatto ne servono, di euro, almeno 240 mila.

Ma – dicono – soprattutto: siccome è un argine che ripara i campi, non si può dire che i lavori siano urgenti.

Quindi arrivederci.

Arrivederci anche – nel video lo dice chiaramente l’Ing. Alessandro Iacopino, Direttore del Consorzio Irriguo della Baraggia – al futuro non solo di quei 60 ettari tra i due argini.

Ma anche al rischio che corrono almeno altri 110 ettari: perché se l’acqua danneggia i canali nella porzione minore (e comunque, come abbiamo detto, 60 ettari non sono pochi) non bisogna dimenticare che quei canali non più utilizzabili compromettono l’irrigazione di un’area molto più vasta, appunto altri 100 ettari.

Così, secondo i burocrati torinesi, non sarebbe urgente intervenire per mettere in sicurezza una superficie coltivabile ragguardevole.

***

Uno dei tanti casi di malaburocrazia, che porta all’esasperazione cittadini che giustamente si sentono un po’ meno uguali degli altri, meno cittadini, persone la cui dignità è calpestata, silenziosamente e con cinica freddezza, senza che si provi il minimo imbarazzo.

Per questo è giusto che la loro voce sia resa più forte.

Loro sono ben decisi a non mollare.


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