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14 December 2019 | Vai alla Prima Pagina
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30/11/2019 - POSTO OCCUPATO - Il Coverfop dice no alla violenza contro le donne
La violenza contro le donne è un atto sempre vile, anche quando, pur non essendone responsabili diretti, facciamo finta di niente, non facciamo quello che dobbiamo fare per contrastarla.
C’è, nella Sacra Scrittura, una icona di incomparabile significato, esigente e severa nella apparentemente rarefatta atmosfera della narrazione, che sempre ci fa l’effetto di una meritata sberla.
Sappiamo come andarono le cose, per come le racconta il Libro di Daniele al Capitolo 13:
“Abitava in Babilonia un uomo chiamato Ioakìm, il quale aveva sposato una donna chiamata Susanna, figlia di Chelkìa, di rara bellezza e timorata di Dio”.
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Poco oltre, nel racconto, Susanna sarà tentata da due vecchi dignitari bavosi che, non riuscendo ad ottenere soddisfazione, per vendicarsi la accuseranno ingiustamente di adulterio per vederla punita con la lapidazione.
Sarà l’intervento provvidenziale di Daniele a salvarla, smascherando la mistificazione dei vegliardi, i quali subiranno la stessa sorte che avevano immaginato per la giovane, in realtà innocente, virtuosa e, come si dice sin dall’inizio, “timorata di Dio”.
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Un caso di violenza pensata per una donna, secondo una trama molto sofisticata, eppure rivelatrice di un approccio alla relazione tra uomo e donna costruito sulla frustrazione di un desiderio di possesso.
Che non è parente dell’amore.
Quindi, c’è chi mette in atto un piano destinato, nelle intenzioni, a sfociare e concretizzarsi in una violenza.
Particolarmente ipocrita, perché mascherata di moralismo.
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Ma se indaghiamo il testo biblico con categorie esegetiche, non possiamo non notare che il personaggio centrale, anche perché posto all’inizio del racconto, è il marito di Susanna, quell’ “uomo chiamato Joakìm”.
E’ quello che fa una ben magra figura.
Perché, per tutto il corso del processo sommario, celebrato dalla comunità e conseguente alla denuncia dei due vecchi infedeli, lui, che pure sa di avere sposato una donna virtuosa, “timorata di Dio”, fa il pesce in barile e non muove un dito per opporsi alla macchinazione concepita contro di lei.
Proprio come facciamo talvolta noi, quando preferiamo fare finta di non vedere, domandandoci, allo stesso modo di Caino: sono forse io il custode di mio fratello?
Quell’interrogativo retorico entra nella Storia dell’uomo per dire che quelle parole sono le parole non solo di chi sarebbe, nella propria distaccata indifferenza, capace di uccidere.
Sono le parole di chi ha già ucciso.
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Oggi 25 novembre, al Coverfop di Vercelli abbiamo avuto un bell’esempio di come i ragazzi che frequentano questa Scuola Professionale così avanzata, insieme ai loro Insegnanti, abbiano preso coscienza di un dovere.
Non solo di quello fondamentale e fondativo, di ripudiare comunque la violenza.
Ogni forma di violenza: quella verbale e psicologica, non meno di quella fisica.
Ma, soprattutto, di non voltare mai la faccia dall’altra parte, quando siamo di fronte ad una violenza perpetrata o anche solo immaginata.
Non è mai soltanto la storia di altri.
E’ sempre anche una storia che ci riguarda.
Vi lasciamo con il filmato che affida un messaggio importante a questa “azione” concepita – protagonista una sedia rossa – per illustrare con una efficiente “macchina simbolica” come dobbiamo tutti liberarci dai lacci che imprigionano, con la donna vittima di violenza, ognuno di noi.
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